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LAPRIMAVERA

BAARIA

14 Ottobre 2009 , Scritto da cesare pisano Con tag #CINEMA

COMMENTO CRITICO

Un grande film di Tornatore; un grande affresco della Baaria dagli anni trenta ad oggi; un affresco in tutti i sensi, che mischia alla storia immagini quasi autonome, che si staccano come dei quadri quasi cabarettistici: Fiorello che vende dollari, Guttuso e Lo Cascio; figure a sé, che poco si mischiano con il racconto corale, dentro cui emerge tutta la storia del paesino siciliano, oggi, Bagheria.

Attraverso tre generazioni baaresi, ed attraverso la passione e l’istinto politico di Peppino, si snocciola la storia passata sulle esistenze e sul destino di una popolazione misera ed affamata, che sopravviveva, lottando quotidianamente

Bella la iniziale inquadratura dall’alto di Baaria, un paesino sperduto nelle campagne assolate di quella parte del palermitano, dentro la prima parte del film, ove la struttura politica del fascismo aveva creato solo una rivoluzione nella gestione del potere personale delle varie gerarchie fasciste, ma non aveva minimamente intaccato, né la autentica coscienza libera dei baaresi, né la struttura produttiva povera e misera.

Da un lato il potere che pretendeva, nelle forme e nella gestualità, rispetto e sottomissione, dall’altra la povertà e la miseria che venivano ignorate dal sistema.

E sarà con la sconfitta del fascismo che avrà inizio l’istintiva passione politica di Peppino; un ragazzo cresciuto con le capre e privo della licenza elementare.

Un personaggio che cresce e s’impone nella lotta politica, attraverso il PCI.

La nascita del movimento che porta alla lotta politica e sindacale, si snoda, sia contro le mafie, rappresentate dai piccoli potenti del luogo, sia contro il potere dello Stato, che ignorava le tristi condizioni della gente.

La consapevolezza e l’illusione di cambiare la realtà, attraverso la rivoluzione comunista e sindacale, cozzerà con una forza di governo che sa difendere i propri privilegi, sia con leggi, che tutelano i vari proprietari, sia con l’organizzazione mafiosa, che frena la massa dei contadini, certa di potere spartirsi le terre.

Presente e passato si mescoleranno continuamente, soprattutto, nella parte finale, che vede il protagonista riflettere sulla sua vita, nel momento in cui il figlio parte dalla stazione.

Peppino capisce che la sua mancanza di cultura e capacità di lettura e scrittura sono state le vere catene che gli hanno impedito la libertà; mentre altri uomini del Partito al governo avanzavano nella carriera politica, pur essendo dei ladri e furfanti, politici corrotti, pronti a sacrificare le esigenze del popolo e di mettere in tasca una mazzetta di denaro, lui, integerrimo e moralmente integro, era rimasto ai margini dell’affermazione sociale ed incapace di spingere le sue energie nella giusta direzione.

Al figlio che gli pone delle domande Peppino non sa dare risposte esatte, ma superficiali e non consequenziali, che non convincono.

La reiterata presenza della massa dei piccoli rettili neri, che accompagnano e risvegliano la sua coscienza, diventa la metafora della consapevolezza e dell’impossibilità di potere usare strumenti che non possiede: la mancanza assoluta di una cultura, quale frutto di studi e di letture costanti, su cui impostare la sua azione politica ed il suo futuro, l’incapacità alla lettura e la mancanza di un titolo di studio.

La consapevolezza di questo suo limite, al quale tenterà di rimediare, diventerà il lato più umano che lo rapporterà ai figli, che, nel frequentare la scuola, si elevano al di sopra del padre.

Ed ecco che il cerchio si chiude e Peppino si riporta con la memoria a quando la sua avventura esistenziale ha cominciato ad avere un senso ed una speranza di vita; a tanti decenni fa; al tempo delle capre, dell’ignoranza assoluta, ma beata e felice; all’esigenza ed all’istinto alla lettura ed al sapere, continuamente ostacolati dalla legge della sopravvivenza e dalle dure leggi sociali.

Ed è emblematica, ma comprensibile, la sua riflessione, nel momento in cui il treno, che si porta via i giovani ed il proprio figlio, verso il continente, si allontana lasciandolo da solo nella stazione.

Un ultimo conato di vita; un ultimo bagliore istintivo, nel tentativo supremo di superare il gap culturale, lo vede impegnato in una corsa affannosa a rincorre il treno, che non poteva essere raggiunto …. eppure, era lì a pochi passi !!!

Il treno del sapere, della cultura, del progresso, del nuovo, della tecnologia….. era lì a pochi passi e non correva veloce, anzi !!

…eppure non riusciva a raggiungerlo.

E non poteva raggiungerlo: MAI !!!

Si chiude il cerchio del tempo esistenziale del suo cammino e ritorna su se stesso, scivolando con la memoria ai tempi della sua fanciullezza, tradita e spezzata.

Il tempo della fanciullezza !!!

Il tempo dell’acquisizione e della crescita, passate attraverso la strada ed il divertimento degli adulti, che si prendevano gioco dei fanciulli, alimentando la tradizione e la conservazione, dentro una dimensione, ove allignavano l’ignoranza, la miseria e la lotta per la sopravvivenza.

Il tempo in cui non c’era spazio per i libri, né per la scuola; il tempo dell’ignoranza che rendeva felici ed allegri, in una società istintiva e primordiale, fatta solo di bisogni elementari e materiali.

Una società repressa dal fascismo che aveva fatto credere come tutto andasse bene e come i problemi fossero stati annullati; ove i treni osservavano con meticolosa puntualità gli orari; ove le forme esteriori erano elementi necessari e confortanti; una società ove la forza, la violenza e la bellezza erano i paradigmi del vivere, ma ove il contrasto era sistematicamente nascosto ed un sud, affamato e ridotto a macerie umane, diventava un paradigma di umanità tradita ed offesa.

Nella Baaria della fanciullezza di Peppino non potevano esserci treni che potessero condurlo verso una diversa dimensione; una dimensione diversa, dal mondo delle capre.



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