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LAPRIMAVERA

DOPO IL 2° COMGRESSO DI CORTONA DI AREA DEMOCRATICA…..LA SINTESI: DIVENTARE UN PARTITO NUOVO

11 Maggio 2010 , Scritto da cesare pisano Con tag #POLITICA

Di Cesare Pisano

franceschini_bersani.jpgIl 2° Congresso di Cortona lo considero estremamente positivo per la chiarezza del dibattito, intorno ai temi cruciali irrisolti del PD.

Una pletora di idee che hanno stigmatizzato alcune scelte, considerate errate, come durante le elezioni regionali o la critica a Bersani per la sua analisi sul voto, considerato positivo e non fallimentare.

Ma, al di là di questi spiccioli di critica, emerge dal Congresso la volontà di portare la minoranza ad una maggiore visibilità, nell’azione delle sue idee e valori, all’interno del Partito.

Area Democratica ha detto chiaramente ed a lettere di fuoco che la sua presenza dovrà essere più attiva e partecipata, all’interno di un’azione che riporti il Partito sui binari originari, dai quali si è allontanato: partecipazione; progetto da considerare prioritario, rispetto le alleanze; la vocazione maggioritaria, che garantisca la scelta del candidato Premier, tra le fila del PD; il bipolarismo, come esperienza già collaudata e voluta, per snellire le rappresentanze parlamentari e rendere più semplice il quadro politico nazionale; la non insistenza sull’aumento del numero dei Circoli, basterebbe fare funzionare quelli già esistenti, considerati sufficienti; un maggiore radicamento sul territorio; parole d’ordine chiare ed efficaci; abbattimento del verticismo di uno solo, che impone diktat a tutti; la chiara visione e la convinzione del crollo della maggioranza di governo, che impone l’allerta per imminenti elezioni; al Partito si chiede coraggio ed innovazione; le Primarie come momento essenziale da cui nasce il Partito.

Credo che tra la conduzione di Bersani ed il Congresso di Cortona, si possa pensare di operare una sintesi, che dia impulso e spinta sufficiente, per portare il PD ad uno stacco necessario che lo rende credibile agli occhi di tutti.

Il PD nasce per volontà di Walter come aperto a tutte le idee innovative e riformiste di tipo democratico, da qualunque parte arrivino, per un leale confronto che, attraverso la sintesi, dovrebbe permettere il rinnovo delle stesse novità.

Quindi, le diversità interne sono un valore positivo da coltivare e non da emarginare; è il confronto quotidiano tra idee diverse che fa crescere; la mancanza del confronto tra i diversi riporta alla cristallizzazione ed alla passività, che diventano elementi di conservazione e tradizione.

Il PD nasce con le Primarie: momento mitico che sta all’origine della democrazia partecipata del PD; nasce e deve svilupparsi su questo concetto di democrazia interna ed esterna.

La democrazia partecipata, però, si ferma al solo momento delle Primarie e non sa proseguire, perché i suoi responsabili non hanno compreso l’elemento dirompente e positivo che essa ha in sé.

Tutti chiedono il nuovo, il diverso, la rottura con elementi della tradizione e superamento del vecchio; tutti chiedono una discontinuità, che non arriva.

E’ questo l’impasse che deve essere sviluppato: il superamento delle Primarie ed il suo versamento nella vita quotidiana del Partito, attraverso il suo spirito di democrazia partecipata.

La vera novità, che costituirebbe il diverso ed il NUOVO, sta nella capacità di applicazione del modo di essere democratico: LA DEMOCRAZIA PARTECIPATA.

Essa trasforma il PD in Partito veramente nuovo, democratico, Riformista, capace di interessare ed attivare i milioni di cittadini, che, nel proprio territorio, cercano maggiore visibilità, per un apporto di idee e per un dibattito e confronto su tutte le tematiche.

La democrazia partecipata impone un uso diverso dell’utilità dei Circoli; attualmente spazi inutili, vuoti, ove nulla è discusso o messo a confronto.

Il Circolo deve riprendere la sua funzione in termini di modernità: incontro costante tra militanti e responsabili a tutti i livelli: Comuni, province, Regioni e Parlamento.

Il popolo degli elettori non può esaurire le sue energie ed aspettative al solo momento magico delle Primarie, ove decide col suo voto il destino del Partito, togliendo responsabilità ai vari responsabili di turno.

Il popolo vuole la partecipazione e non deve essere disatteso nelle sue aspettative.

I grandi temi od i piccoli temi, di limite localistico, devono trovare la loro sintesi attraverso il confronto, nel Circolo, tra militanti e proponenti politici.

Quando trattasi di un grande tema che coinvolge la popolazione tutta, l’importanza del confronto porterebbe i vari segretari regionali a raccogliere la sintesi delle varie relazioni di Circolo, per avere idee chiare sulla linea che l’elettorato rappresenta, per farla arrivare alla segreteria nazionale, che, tranquillamente, prendere le sue decisioni, sulla base delle indicazioni della base.

Questo tipo di democrazia e di confronto deve valere per tutto ciò che è scelta politica; quindi tematiche, problematiche, candidature e liste, a tutti i livelli.

Naturalmente tocca ai responsabili, sentita la base decidere le migliori strategie.

La base va consultata sempre; ad ogni occasione, per fare rivivere il Circolo.

Il radicamento è condizionato dalla vita democratica e dall’utilità politica del Circolo, a cominciare dalle periferie più lontane.

Il PD se riesce a rinnovarsi come nuovo non ha bisogno del Leader, ma di un ottimo segretario, molto democratico e non accentratore di poteri; là dove, invece, il leader tende ad un accentramento dei poteri e ad una linea personale e poco democratica, perché non confrontata con la base.

La forma democratica del PD esclude, quindi la presenza pesante di un leader, peggio se dovesse trattarsi di un leader carismatico!!!!!

Il PD non cerca leader; i leader non possono essere cercati e trovati; è un assurdo ed un grottesco politico; i leader si impongono, tutte le volte che la Storia permette loro di farsi scorgere.

I militanti del PD cercano la discussione e le assemblee, perché capaci di analisi e di dimostrazione delle loro tesi; non si sentono pecore, né elementi passivi, né strumenti da usare solo nella fase delle votazioni, per poi, essere rimandati a casa ad aspettare altre elezioni.

La democrazia partecipata è eliminazione e morte di qualunque forma di verticismo; basta coi politici che nel chiuso delle loro stanze si arrogano il diritto-potere di scelta; basta coi gruppetti di persone che decidono per tutti; si cadrebbe nello stesso errore di quei Partiti di tipo padronale, ove a decidere è il padrone-leader-carismatico incontestato.

Queste forme sono l’anticamera delle forme tradizionali del potere e dei privilegi.

La democrazia partecipata è discontinuità, perché mai attuata fino adesso, neanche nell’antica Atene; nell’Agorà si discuteva, per votare i maggiorenti, che, ricevuto il potere, agivano come dittatori, senza mai un’area di controllo sul loro operato, se non quella delle prossime elezioni, quando il popolo non li avrebbe votati più.

Acquisito questo modo di essere della democrazia, va da sé che s’impone un altro elemento strategico: il gazebo.

La formazione dei giovanissimi e delle giovanissime, per permettere loro la conoscenza dell’attività politica del Partito, per, poi, riversarla, in termini di pubblicizzazione, sulla massa dei cittadini, nelle varie piazze, la domenica, allestendo i gazebo, che avranno la funzione di fare conoscere a tutti la vita vera e le proposte del PD.

Questo modo di essere riporterebbe il Partito alla necessità di fare affidamento sulla gioventù maschile e femminile; perchè è su costoro che si cresce e ci si radica su tutto il territorio.

Resta il discorso sulle alleanze; infatti, seguendo la caratteristica e l’identità del PD si evince che esse vadano cercate al centro dello schieramento, tra i moderati, i liberali democratici riformisti, i popolari, i cattolici laici; tra le sinistre, oltre all’IDV, i SEL di Vendola, i socialisti, gli ambientalisti, e tutti coloro che si rispecchiano e condividano molti punti del progetto del PD.

La vocazione maggioritaria del Partito impone che il progetto venga prodotto dai suoi analisti politici; che il candidato-premier venga scelto dalle sue fila.

La vocazione maggioritari significa accettazione della formula politica del bipolarismo, in cui ci si allea intorno ai Partiti maggiori: chi vince governa, chi perde va all’opposizione.

Le Primarie, in questo processo, diventano l’elemento che caratterizza, in modo inequivocabile, il rapporto con le alleanze, che devono accettare questa forma di democrazia partecipata.

Il PD non deve farsi condizionare da nessuno, in quanto Partito maggiore dello schieramento di possibili alleanze; nessuno può dettare l’agenda interna alle scelte dei suo popolo democratico.

Il PD come strumento ed area democratica se vince le elezioni sa come confrontarsi con l’opposizione, onde evitare l’obbrobrio perpetrato da questa maggioranza di governo, che non ha mai dimostrato la capacità e la volontà democratica di confrontarsi; infatti, ha basato tutta la sua azione politica sulla richiesta della fiducia; quindi, sull’eliminazione di qualunque forma di dialogo, che non fosse il voto sulla fiducia e non sui contenuti legislativi; una forma di antidemocrazia, che va dimenticata e cancellata.

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